è imbarazzante…

September 3rd, 2010

Ogni volta che parla Mariastargelmini io provo un serio imbarazzo.

E’ imbarazzante quando si offre di sacrificare le esigenze dell’istruzione a quelle del turismo. E’ imbarazzante quando rilascia dichiarazioni sull’operato di Marchionne, non si sa bene con quali competenze. E’ imbarazzante quando propone una laurea per Bossi , uno che la mia nonna direbbe “l’è nanca bun de fa l’ o cul bicer”. Ma è imbarazzante soprattutto quando parla di scuola.

Già è difficile capire perchè una che ottenne l’abilitazione a Reggio Calabria anzichè nella sua regione o che ebbe la   carica di Presidente del Consiglio del comune di Desenzano e fu sfiduciata  per inoperosità ( La sfiducia fu votata da 8 consiglieri dell’opposizione e 7 della maggioranza) sia finita a fare il Ministro della Pubblica Istruzione , se poi ha la faccia tosta di rilasciare le dichiarazioni che rilascia lei… davvero è imbarazzante.

I precari non sono colpa sua e lei li incontrerebbe volentieri …ma non li incontrerà. I precari questo governo li ha ereditati ( evidentemente li ha assunti tutti Prodi nei suoi pochi mesi di governo…)

Per una scuola migliore elimina insegnanti e materie…Il governo, oltre a tagliare 87 mila cattedre e 42 posti di personale non docente in tre anni, starebbe facendo tanto per i precari…

Diminuendo i docenti aumenta il “tempo pieno”… la moltiplicazione dei pani e dei pesci. E via discorrendo si scopre che diminuendo i docenti vi saranno ore di lingua straniera in più e sostegno  per tutti i disabili…

Tagliando fondi ci dà una scuola di qualità…

Secondo me è diventata ministro perchè ha la “faccia di tola”…

a bientot

Lega Ladrona

Edouard Ballaman, presidente del Consiglio del Friuli Venezia Giulia ed ex deputato del Carroccio, è il nuovo recordman della casta. Ha usato la berlina della regione per i week end al mare, per andare dal dentista e per il viaggio di nozze… questi prerepè perepè qua qua,  parlano bene e razzolano male. Molto male . Osservateli come sto facendo io e capirete quanto falsi siano. Al potere e all’opposizione (marciano contro le loro stesse leggi, trafficano con le quote latte e le banche , il nepotismo è merito,  urlano “Roma ladrona” e non solo Roma sono loro ma  tolgono l’unica tassa che restava ai comuni. Gridano al ladro al ladro per poter rubare… e poi si salvano additando l’extracomunitario…

la guerra è finita

September 1st, 2010

“Questa sera vi annuncio che la missione di combattimento dell’America in Iraq è finita”.

Queste le parole di Obama .

La guerra in Iraq è finita .  Una inutile guerra senza vinti nè vincitori.

Quattromilaquattrocentoventisette  soldati americani hanno perso la vita su quel fronte ( oltre 34.000 feriti e mutilati) e non esistono numeri attendibili sui caduti iracheni.

Una guerra iniziata il 20 marzo 2003 , voluta da Bush , contro la volontà dei cittadini di molte Nazioni, per cause che ancora ci sfuggono nella loro complessità ma motivata con la ricerca di fantomatiche armi di ” distruzione di massa”, armi improbabili nelle mani di un dittatore folkloristico come Saddam Hussein. Una guerra a cui noi italiani abbiamo dato il nostro contributo.

Sofferenza , distruzione , morte , per nulla.

Già il 1° maggio 2003 il presidente statunitense Bush  proclamò concluse le operazioni militari su larga scala e Silvio Berlusconi disse: “Ormai in Iraq c’è una vita regolare, ci sono le scuole, eccetera. Poi, certo, ci sono le cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad non funzionano. Ogni tanto scende uno dalla macchina e si mette a dirigere il traffico” (30 settembre 2004).
Ora, dopo sette anni di guerra, Barack Obama ha di nuovo  ufficialmente annunciato la fine della missione di combattimento Usa in Iraq.

Adesso l’America deve pensare alla sua economia.

La guerra è finita , dobbiamo essere felici.

Come si dice a Napoli:

 chi ha avuto ha avuto,

chi ha dato ha dato,

scurdamoce ‘o passato

Morte, miseria, distruzione , dolore … per nulla. Senza vinti o vincitori.

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto

Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti

a bientot

 Non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente ugualmente.

B:B

PS: La sciura Brambilla, rossa con autoreggenti , ministro per il turismo che come Bondi fa le vacanze in Provenza, sta preparando una sorpresa a Fini:

«Gli squadristi della libertà sono pronti a organizzarsi per contestare Fini»

viene riportata dal Corriere questa telefonata:

“Stiamo organizzando con la Brambilla una contestazione a Fini quando parlerà a Mirabello. Riesci a riempirmi un pullman? È tutto a spese del partito”».

… squadristi della libertà? Aiutooooooooooooo

misteri…

August 31st, 2010

Il raìs è arrivato con trenta cavalli , ha piantato le tende, gli abbiamo preparato duecento ragazze , abbiamo ascoltato il suo invito a diventare mussulmani , abbiamo accolto  il suo ricatto da cinque miliardi l’anno , gli abbiamo fatto tagliare un nastro , abbiamo sorriso delle sue amazzoni, abbiamo bloccato il centro di Roma per farlo passeggiare… e ora che tutto è finito viene spontaneo chiedersi : perchè? A “cosa” o a “chi ” serviva questa pagliacciata?

 È terminato il lungo vertice sulla giustizia. Tra i temi affrontati nel corso dell’incontro il provvedimento sul processo breve e i temi della giustizia . Al termine del vertice il ministro degli Esteri Franco Frattini  decide, attraverso una lettera, di  spiegare ai suoi colleghi europei le ragioni che rendono necessario il varo in Italia di un provvedimento che introduca norme sulla «giusta durata del processo»… perchè? I colleghi europei sono tonti o la legge è “assai” anomala?

a bientot

primarie in tutte le circoscrizioni

August 29th, 2010

Chiediamo che la scelta dei candidati alla Camera dei deputati - in ogni caso, ma a maggior ragione se si dovesse andare a votare con la legge esistente - venga affidata ad elezioni primarie nelle circoscrizioni. Chiediamo alla dirigenza del Pd di assumere da subito un preciso impegno in questo senso e di definire in tempi rapidi il regolamento attuativo.
FIRMA ANCHE TU L’APPELLO

a bientot

abbiamo toccato il fondo

August 27th, 2010

Abbiamo toccato il fondo:

 Lo hanno circondato mentre si riposava su una sdraio in riva al mare. Poi lo hanno insultato e preso a calci. La vittima è un giovane venditore ambulante bengalese. Gli aggressori, cinque bambini sui 10-11 anni. E’ successo sulla spiaggia di Civitanova Marche, in provincia di Macerata, tra le risate dei genitori dei piccoli bulli

Ci sono notizie che mi fanno male, più della corruzione , più delle escort, più dei tg addomesticati. Eppure so che sono conseguenza di questi anni sbagliati. Anni in cui tutti i valori sono stati sovvertiti.

Notizie che mi fanno pensare che questa brutta Italia non sia figlia di Berlusconi ma viceversa. Eppure ho sempre considerato Berlusconi ed il berlusconismo un incidente di percorso.

Non è così. Berlusconi , Bossi , Borghezio , Salvini, Dell’Utri, La Russa, La Daddario, Verdini, La Santanchè, Feltri,   sono la nostra immagine speculare. Noi siamo persone brutte , pervase di egoismo, cattiveria  e stupidità.

Non sarà una elezione a salvarci. Non vedo nulla che possa aver  su di noi un potere salvifico.

Siamo condannati .

Speriamo solo di estinguerci presto.

a bientot

Lettera di Bersani

August 26th, 2010

Anche Bersani ha  scritto una lettera. Leggiamola:

CARO direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l’Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell’Europa. Nello stesso tempo l’impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l’indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all’impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato. I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com’è nell’usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno. Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all’ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all’assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.

A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l’Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo. Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente superate. Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell’alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema. Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell’opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l’iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.

Rendendoci disponibili oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l’impossibilità di mandare avanti l’attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L’elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all’analfabetismo o alla sfacciata malafede. E’ l’esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!

Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento. Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall’analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un’alleanza democratica per una legislatura costituente. Un’alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell’emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un’altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.

Per dare l’impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l’impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all’altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l’esperienza dell’Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo.

Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l’autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E’ giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane

concordo sull’analisi della situazione, non concordo assolutamente sulle soluzioni…

e voi?

a bientot

cambio di rotta

August 25th, 2010

Adesso Bossi ha cambiato idea, niente elezioni ma , alla larga da Casini.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto un esempio di bon ton governativo : Bossi ha insultato Casini asserendo che il PierFerdi è

” è quel che rimane dei democristiani, di quei furfanti e farabutti che tradivano il nord” ( il bue che dà del cornuto all’asino).

Casini ha subito risposto accusando Bossi di essere un noto trafficante di banche e quote latte

( vero anche questo…)

E a quel punto Bossi , capito che si avventurava in un terreno per lui pericoloso,  ha concluso la disputa con un bel

“Casini è uno stronzo”

Pietra tombale su ogni discussione.

Ritengo che le accuse reciproche fra i due leader siano vere.

Ritengo anche che gente simile non dovrebbe governarci…

a bientot

lettera al Paese di Veltroni

August 25th, 2010

Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi
in questi mesi.

Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.

 
 

 

Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l’altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.

Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?

L’alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l’abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.
Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l’idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.

Questo è il rischio che corriamo, l’alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell’esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l’idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare.

 
 

 

Dunque l’unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l’Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.

Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l’ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.

Spero che si concluda rapidamente l’era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l’orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l’andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l’indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l’allungare l’agonia del berlusconismo e l’autunno italiano.
In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di…». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei.

Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.

Walter Veltroni

non concordo su precchi punti.   E voi?

a bientot

alleanza costituzionale

August 22nd, 2010

Finalmente un po’ di buon senso nel PD. Franceschini fa la proposta più sensata:

“La nascita di una alleanza costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no”

e vai…

Bossi ci accusa di ver paura delle elezioni, e perchè mai?

Loro hanno governato, loro hanno governato male, loro hanno portato l’Italia nel baratro, loro hanno rubato, mentito, ordito trame, loro si sono dimostrati litigiosi e incapci .

Loro hanno fatto solo leggi ad personam , se la sono presa coi più deboli e ci hanno ingnnati  in ogni modo.

Perchè dovremmo essere noi ad avere paura?

Perchè loro manipolano storia e cronaca?  Vero . E allora noi uniamoci.

a questo proposito vorrei  ricordarvi che per il 2 ottobre è stato indetto il

NO B day 2

partecipiamo. Il tempo delle deleghe è finito. Il caimano mostra il suo vero volto. E’ nostro dovere ristabilire nel nostro Paese la democrazia. Tornare a parlare di giustizia sociale e collettività.

Abbiamo bisogno di verità .

a bientot

prendere o lasciare

August 21st, 2010

Bello far parte di una coalizione dove si ha una sola scelta: prendere o lasciare

Ma non è questo aut aut ad impensierirmi ( a me piacerebbe che Fini lasciasse… )

Non ho alcuna paura delle elezioni e mi piacerebbe non ne avesse neppure il PD.

Quello che mi impensierisce è il lugubre ed evocativo nome scelto da Berlusconi per la nuova formazione che intende far scendere in campo: “Squadre della libertà”.

Scusatemi… a  me certe cose fanno paura.

E se tutti insieme decidessimo di lasciare e tornassimo ad una sana e normale democrazia? Che non sarà il massimo , ma che non  si inventa squadre di nessun tipo.

Davvero voi non avete bisogno di normalità? Di un governo che si occupi dello Stato e non dei propri affari?

Sarà il caldo , ma io non ne posso più.

a bientot

ringhiante