la fine delle passioni
A Sarzana dal 29 al 31 agosto si svolgerà la quinta edizione del “Festival della mente” al quale interverrano scrittori, filosofi , scienziati , artisti , storici … e l’argomento sarà la creatività.
Il Corriere della Sera pubblica in anteprima l’intervento di Silvia Vegetti Finzi sulla creatività delle passioni.
Ho trovato l’intervento davvero interessante quindi voglio copiarlo per voi, sono certa sarà spunto di considerazioni e riflessioni:
di Silvia Vegetti Finzi
Da sempre le passioni hanno rappresentato il modo più efficace per organizzare e rappresentare le pulsioni erotiche e aggressive dell’umanità. Nella cultura classica le divinità olimpiche impersonavano l’eccellenza delle passioni: nessuno era più iracondo di Zeus, più seduttorio di Afrodite, più geloso di Era. In verità non è mai esistita una società in cui le passioni non fossero controllate, limitate, contrastate da istanze antipassionali come la religione, la morale, l’educazione, le usanze e i costumi, per cui la civiltà, come sostiene Freud, è strutturalmente conflittuale.
Le modalità con cui si governano le passioni variano a seconda delle epoche e dei luoghi. La più efficace sembra quella che ne inibisce, non solo l’espressione, ma persino la rappresentazione mentale, rendendole impensabili. È significativo che la morale cattolica, processando l’intenzione stessa, consideri peccati anche le trasgressioni che avvengono sotto forma di pensieri, parole ed omissioni. Al posto delle passioni rimosse subentrano allora sentimenti, stati d’animo molto più vivibili e socialmente gestibili. Come mostra il teatro classico, le passioni sono improvvise, clamorose, eccessive, coinvolgono il corpo e la mente, richiedono di essere partecipate e testimoniate, raggiungono una climax per poi spegnersi nella catarsi, cioè nella purificazione delle loro componenti distruttive. Possiedono comunque una potenza trasformativa per cui, dopo, nulla rimane più come prima. Di contro i sentimenti sono sommessi, durevoli, talora privi di ogni coinvolgimento somatico, come quando si ascolta una melodia o si ammira un tramonto. Possono essere vissuti in solitudine, non chiedono necessariamente la presenza degli altri, non mirano a sovvertire gli equilibri interni o esterni.
Come tali sono più idonei a una «folla solitaria» anonima, omologata e tecnicizzata come quella contemporanea. Mentre l’Ottocento — che si apre allacciando amore e morte nel Werther di Goethe — ha messo in scena le passioni morali, il Novecento è stato il grande teatro delle passioni politiche. Ora le une e le altre sembrano spente. I romanzi sono stati sostituiti dalla letteratura minima-lista, l’opera lirica è diventata un reperto storico, la politica ha lasciato il passo all’amministrazione della cosa pubblica. Tuttavia il potenziale passionale rimane intatto, racchiuso nella mente e nel corpo in attesa di obiettivi che lo mobilitino, di figure che lo animino, di rapporti che lo condividano. Come utilizzarne le energie trasformative, le capacità creative? Poiché l’uomo non può, come Dio, creare dal nulla, occorre vi sia un ordine precostituito — un modello, una forma, un codice, un sistema — dalla cui destrutturazione possa sorgere un ordine differente, una figura originale, una nuova presenza nel mondo. Ma la tarda modernità è, in tutti i campi, così disgregata e informe da scoraggiare gli atteggiamenti di negazione, di rivolta o di sfida. Ove tutto si equivale, come è possibile mutare l’esistente? I nonni di oggi, la generazione che «ha fatto il ‘68», voleva cambiare il mondo, i loro nipoti si accontentano di cambiare il vecchio cellulare con l’ultimo iPod.
La meta si è immiserita ma la determinazione e lo slancio sono i medesimi. Soltanto che le passioni sono state dirottate sull’avere e l’apparire attraverso immagini suggestive che si sottraggono al giudizio e alla critica. All’adolescente che chiede «come devo essere?» si risponde «così», ricorrendo alla suggestione piuttosto che all’argomentazione. Poiché i riferimenti ideali risultano per definizione irrealizzabili, i ragazzi si confrontano con sentimenti di inadeguatezza ai quali cercano di reagire con comportamenti euforici o rinunciatari, in ogni caso incapaci di conferire senso e valore alla vita. Siamo nell’epoca di quelle che Spinoza chiamava «passioni tristi», contraddistinte da un malessere opaco, da un senso di inutilità e di impotenza che riflette l’appannamento del futuro. Privo di attese di salvezza e di felicità, il domani appare una minaccia piuttosto che una promessa capace di orientare il cammino verso l’età adulta. Infranti gli stampi della tradizione, venuti meno gli esempi edificanti dei santi e degli eroi, l’esistenza richiede a ciascuno di sfuggire all’assedio degli stereotipi e alle lusinghe dell’esibizionismo con il gesto creativo di farsi «narratore della propria storia ». Ma senza una circolazione vitale di idee e di emozioni la creatività non si accende e il gesto innovativo ricade inerme ancor prima di mettersi in gioco.
Da dove cominciare a prendere parola? Sappiamo che qualsiasi racconto ne prosegue uno precedente e, poiché non esiste un inizio assoluto, ogni prima volta è sempre un’altra volta. Per questo mi sembra importante affiancare, alla dominante comunicazione per immagini, la trasmissione di racconti, di storie di vita vissuta, allacciando tra le generazioni il filo di un discorso che veicoli emozioni oltre che dati e informazioni. Se non vengono tradotte in parole condivise, le esperienze passate precipitano nell’insignificanza e nell’oblio mentre la «volontà di dire», per usare una bella espressione di Mario Luzi, mantiene aperto un canale comunicativo che aiuta l’individuo ad uscire dalle strettoie del narcisismo e dell’egoismo proprietario, fondato sull’Io e sul Mio. Il passaggio del testimone da una generazione all’altra consente ai ragazzi di sentirsi membri di una comunità che non è solo fuori ma anche dentro di loro, protagonisti di una storia che non è conclusa e di un futuro che deve essere ridisegnato ricominciando dal punto in cui il discorso si è interrotto e le passioni, come gli dei, hanno abbandonato il mondo.
a bientot
August 26th, 2008 at 9:20 am
[...] Original post by admin [...]
August 26th, 2008 at 12:43 pm
Dinanzi ad interventi di questo genere mi viene da dire che chi trae dall’osservazione della “…’folla solitaria’ anonima, omologata e tecnicizzata come quella contemporanea…” o dei “…nonni di oggi, la generazione che ‘ha fatto il ‘68′…“, o dei “loro nipoti” che “si accontentano di cambiare il vecchio cellulare con l’ultimo iPod“, la conclusione che “gli dei hanno abbandonato il mondo“, pretende di derivare affermazioni universali sul mondo dall’osservazione di una mera porzione di esso, e per giunta neanche particolarmente rappresentativa.
I due terzi dell’umanità (circa quattro miliardi di persone) non sono in grado di avere accesso ad alcuna tecnologia ed hanno risorse soltanto per la mera sopravvivenza: tra questi quasi tre miliardi vivono con meno di due dollari al giorno (soglia limite per la sussistenza nei paesi poveri, secondo la FAO) e la metà di essi con meno di uno.
E mi fa ridere amaramente che si pubblichino studi che indicano che dal 1981 al 2004 i soggetti in povertà estrema (ossia coloro che dispongono di meno di un dollaro al giorno per sostentarsi) siano passati dal 31.35% al 20.70%, quando il potere di acquisto del dollaro è sceso di oltre il 65% nel frattempo (di cui il 30% nei soli ultimi cinque anni).
Gli dei hanno effettivamente abbandonato da tempo il mondo, se per metà dell’umanità procurarsi un pezzo della carogna di un animale e un secchio d’acqua sporca fa tutta la differenza tra povertà e ricchezza.
Ma le passioni - a differenza di quel che scrive l’autrice - nel mondo ribollono. Magari non le più pacifiche, anzi piuttosto le più disperate, ma ci sono, eccome.
August 26th, 2008 at 5:49 pm
Caro pd , sono sempre lontana da casa quindi mi è difficile interagire con te ma credo che il tuo giudizio sia stato impietoso, è chiaro che vi è sempre la visuale più ampia in qualsiasi argomento… penso l’autrice non volesse generalizzare ma analizzare la nostra società…ed io nella sua analisi riscontro tratti di realtà che ben conosco… non so …forse sbaglio…
August 26th, 2008 at 7:42 pm
Cara Regard,
capisco le tue riserve ma l’autrice è una psicologa, ossia un soggetto che dovrebbe essere - anche professionalmente - avvezzo a non solo a gestire la semantica apparente delle parole, ma anche quella più recondita.
Lei usa la parola mondo tre volte e parla di “presenza nel mondo“, “cambiare il mondo” e degli dei che, come le passioni, hanno, a suo dire, “abbandonato il mondo“: dato che non parla mai di “nostro mondo”, ma di “mondo” tout court, non di “nostra società” o di “società occidentale” o di “società del benessere”, ma di “società” tout court, mi viene - credo legittimamente - da chiedermi di che mondo stia parlando, dato che quello che per avventura conosco, pare essere più ampio di quello che lei descrive.
E’ ben vero, come dici, che il suo intervento descrive una realtà riconoscibile: ma è soltanto una realtà locale, parcellare e - globalmente parlando e senza voler utilizzare il termine in accezioni negative - provinciale.
Ma anche se avesse usato l’espressione in apparenza più ristretta “nostra società” (ed è comunque significativo che non l’abbia nemmeno fatto) per me che ti scrivo, devo dire, la “nostra società” è una espressione che indica in ogni caso la comunità umana a livello planetario: la indicava per i socialisti, per gli anarchici, per i sindacalisti della IWW e persino per i liberal-democratici di un secolo fa e io, evidentemente, non voglio rassegnarmi al fatto che il XXI secolo, in cui i contatti internazionali sono alla portata di moltissimi, si apra molto meno internazionalista e solidarista di quanto non fosse successo al XX, ripiegato sul nazionalismo e addirittura sul regionalismo ed il campanilismo (e, naturalmente, sull’egoismo) e le miopi distorsioni che ne conseguono.
August 27th, 2008 at 9:47 am
pd ho perso un altro tuo commento nella follia dello spam , nella mia incapacità di usare il nuovo sistema e in questo portatile che ormai odiooooooooo